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Il Tantra non è né
una filosofia, né una religione, né una disciplina o una
tecnica: è una “via”. Questo concetto, inusuale
per la mentalità occidentale, sta ad indicare un percorso
esperienziale, strutturato e concepito per condurre l’anima – la
parte spirituale dell’essere umano – a ricongiungersi con il
principio divino dell’universo che già l’anima contiene dentro
di sé.
Attraverso una
particolare “via”, percorsa con l’interezza del proprio essere
(corpo, mente, anima), lo spirito, scintilla del fuoco divino,
torna ad incontrarsi e a perdersi nell’infinità d’amore che lo
attende.
È una prospettiva
grande, che, fra l’altro, non caratterizza solo il Tantra, ma
tutte le “vie” tradizionali dell’oriente: lo yoga, il taoismo,
ecc.
Come tutti i raggi
di una ruota, se percorsi fino in fondo, conducono
inevitabilmente al centro, al mozzo, che è l’anima della ruota
stessa, così ogni “via”, pur nella sua specificità, conduce
all’incontro con il divino che sta al di là di ogni
rappresentazione che l’uomo se ne fa.
L’obiettivo comune è
perciò quello di puntare verso il cielo, ma ogni “via”
suggerisce una strategia diversa per ottenere il medesimo
risultato. Se l’ashtanga yoga di Patanjali propone, in un certo
senso, di costruirsi le ali per volare – purificando
progressivamente il proprio essere, il Tantra suggerisce invece
il modello dei grandi alberi: radicarsi profondamente nella
terra per poter innalzare le proprie fronde nell’azzurro del
cielo.
Volare è una sfida
dura: occorre alleggerirsi al massimo, rinunciare a moltissime
cose per tornare ad un’essenzialità assoluta, allenarsi
duramente, avere coraggio e potenza per combattere la forza di
gravità. Per questo, con molta lucidità, il grande maestro Osho
Rajneesh sosteneva che lo yoga è una via “maschile” verso il
divino, una via per combattenti spirituali.
La grande quercia
opera diversamente: forte, radicata nella terra, accoglie fra i
rami lo spazio del cielo e le sue creature, senza sfidarlo, come
una madre che vede nel suo piccolo figlio una scintilla di Dio,
ma, al contempo, lo nutre e lo allatta, senza dimenticare che –
per ora – egli appartiene ancora alla terra. E anche la terra sa
amare!
Questo è il Tantra:
la via femminile verso “moksha”: la trasformazione finale.
La festa della
sensorialità sottile
Il termine “Tantra”
deriva dalla radice sanscrita “tan”, che, alla lettera, indica
l’azione di stendere la tela sull’ordito e quindi, in senso
lato, significa “espandere”, “dilatare”.
E cosa viene
dilatato? Molto semplice: lo spirito, la coscienza
incondizionata, il “sé”, ciò che la tradizione filosofica
indo-vedica chiama “atman”, contrapponendolo all’ego psicofisico
(l’ahamkara).
Per ottenere questa
espansione del sé, ovvero la dilatazione della coscienza, il
punto di partenza, secondo il Tantra, consiste nella
ricalibratura della sensorialità.
Gli esseri umani,
spesso, sono caratterizzati da una sensorialità grossolana,
distratta, incapace di percepire le sfumature. È un problema,
perché disporre di una sensorialità grossolana significa non
riuscire a cogliere la bellezza sottile di tutto ciò che ci
circonda, divenire incapaci di gioire profondamente per il tenue
fascino di un fiore, il profumo di un muschio, il tocco di una
mano. Per reagire abbiamo sempre più bisogno di stimolazioni
intense, pesanti, invasive: le troviamo nella droga, nel mondo
delle immagini trash, nell’inferno acustico delle discoteche.
Per un essere umano
che ha incrementato la finezza dei suoi sensi, la vita tutta
intorno è piena di bellezza e di fascino. Se Dio esiste nulla è
“normale”, ma tutto, proprio tutto, è “straordinario”, solo che
i nostri sensi rozzi e ottusi ci rendono sempre più incapaci di
“sentire” la vita.
Per questo il primo
passo della via tantrica consiste in una purificazione della
sensorialità. Purificarsi dall’inquinamento sensoriale che
caratterizza la vita quotidiana per sviluppare una sensorialità
sottile, capace di cogliere le sfumature e, con esse, la
ricchezza della vita.
Colori, profumi,
sapori, contatti fisici, suoni, mantra e musica. Raffinate
esperienze in tutti questi ambiti conducono finalmente il
sadhaka tantrico (il discepolo che percorre questa via) a vivere
con intensità il “qui ed ora”. Se percepisco la ricca bellezza
della realtà che mi circonda e mi lascio catturare dalla
pienezza di vita che ogni istante contiene, la mia mente sentirà
sempre meno il bisogno di essere “altrove”, di fuggire nel
passato o nel futuro, la mia consapevolezza inizierà a crescere
e la coscienza a dilatarsi, i rimpianti e le paure a svanire,
l’ansia del futuro a diminuire. Così, senza che il sadhaka se ne
renda neppure conto, la dimensione della meditazione è iniziata.
Perché questa è la meditazione: totale presenza, apertura e
dilatazione della coscienza che scopre l’eternità nell’istante
presente.
La sessualità
tantrica
Con il ricco
bagaglio di una sensorialità rinnovata il sadhaka tantrico si
avvicina alla sessualità e la vive in un modo sacro. Secondo la
visione tantrica, infatti, la sessualità è il contesto in cui
Dio in forma maschile incontra Dio in forma femminile.
L’importanza
attribuita alla sessualità, unico aspetto per cui il Tantra
sembra essere noto in occidente, dipende, in realtà, dalla
visione simbolica che ne ha.
Il Tantra invita il
sadhaka a riflettere sull’atto sessuale: il “Maithuna” o “mahamudra”.
Si tratta del “grande gesto” (questo è il significato di “mahamudra”),
l’azione più totale che l’essere umano incarnato può compiere,
perché è l’azione che rende presenti le forze creative del cielo
e della terra, che generano e sorreggono la vita.
La fusione del
maschio con la femmina simboleggia l’unione di purusha e
prakriti (l’energia dello spirito e l’energia della natura), e,
al tempo stesso, la fusione dell’anima col divino che l’attende.
È un po’ come se il
Tantra invitasse a vivere l’esperienza della sessualità, come
una piccola e parziale anticipazione della pienezza e totalità
della fusione che attende lo spirito quando giungerà ad
incontrare il divino. L’invito del Tantra è semplice: vivi la
sessualità con la pienezza dei sensi sottili che hai sviluppato,
gioisci di essa nella pienezza dei profumi, del gusto, della
visione e del tocco, annegati nel “qui ed ora” del piacere
intenso che essa ti arreca, e al tempo stesso ricorda che il
“samadhi” che provi (cioè il senso di appagamento dato dalla
fusione) non è che l’anticipazione pallida di un ben più alto
samadhi che ti attende: la fusione con Dio.
La sessualità
vissuta tantricamente, perciò, non è altro che il dito che
indica la luna. Solo lo stolto si perde a guardare il dito:
l’obiettivo è la luna. Per questo, quando la spiritualità si è
davvero espansa, l’esperienza sessuale tantrica può
paradossalmente arrivare a coincidere con il brahmacarya
(l’astinenza sessuale). Una volta compreso il significato del
sesso in quanto simbolo, quest’ultimo può anche essere
abbandonato, benché il tantra non rivolga alcun invito a farlo.
In sostanza, come i grandi maestri hanno ben compreso, una volta
che la coscienza sia liberata dalla dipendenza emozionale dalla
sessualità, quest’ultima può ancora essere vissuta o no, con la
libertà di chi è salito ad un livello più alto e non viene più
condizionato da quelli inferiori.
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